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Il Principe Raimondo di Sangro e le scienze dell'occulto

Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero, visse tra il 1710 ed il 1771. Fu un personaggio estremamente singolare, astronomo, filosofo, alchimista, letterato, uomo d’armi, mecenate, ma soprattutto maestro dell’”Arte Regia”, inventore di una “Lampada Eterna”.

Di lui e della sua Cappella, la fantasia popolare napoletana ha costruito innumerevoli leggende.

Si racconta che riduceva in polvere con le sue mani marmi e metalli; entrava in mare con la sua carrozza Anfibia ed i suoi cavalli, vi si scorreva sulla superficie come sulla terra senza bagnare le ruote.

Quando sentì non lontana la morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e bene adattare in una cassa, da cui sarebbe balzato fuori vivo e sano, a tempo debito; sennonché la famiglia, che egli aveva cercato di tenere all’oscuro di tutto, cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, ed il Principe, come risvegliato dal sonno, fece per sollevare, ma ricadde subito, gettando un urlo dannato.

Benedetto Croce racconta che:

“Egli riuniva alle arti diaboliche, capricci da tiranno, opere di sangue ed atti di raffinata crudeltà. Ammazzò 7 Cardinali, e con le loro ossa costruì sette seggiole, ricoprendone il fondo con la loro pelle”.

Nella Cappella Sansevero si conservano due scheletri, ravvolti nella rete completa delle vene e delle arterie, solidificate con un processo di “metallizzazione” inventato dal Principe, e di cui si è perso il segreto. Si dice che il Principe iniettò una sostanza alchemica a due servi ancora in vita, per far sì che la circolazione sanguigna agevolasse l’irrorazione della sostanza fino alla periferia. Gli scheletri sono di un uomo e di una donna. La donna era negra e gravida, e si è potuto stabilire che ebbe il taglio cesareo.

Nella fantasia popolare l’ombre del Principe aleggia ancora oggi le strade del Centro Antico.

Quando sul vicolo scende la sera, risuonano nel silenzio i passi lenti e cadenzati di pesanti stivali muniti di tintinnanti speroni. Cominciano in sordina su per una scalinata ripida e stretta che è dietro la sacrestia, poi aumentano gradatamente d’intensità fino ad avvicinarsi fragorosamente che sembra trapassino lo sbigottito ascoltatore.

Da un Documento del 1889

Un arco univa la Cappella con il Palazzo Sansevero. Sopra quest’arco il Principe Raimondo di Sangro aveva fatto innalzare un Campanile, su cui un Tempietto ottagonale, sostenuto da otto piccole colonne, racchiudeva un orologio, di quelli detti dai francesi “carillons”, che il Principe aveva fatto fondere più campane di diverso suono, per formare l’armonia in più e diverse suonate al toccare delle ore. Un’iscrizione appostavi diceva come quell’orologio fosse il primo del genere in Italia.

Dopo la morte del Principe, temendosi un cedimento dell’arco, furono tolte le campane ed abbattuto il Tempietto.

Prima della rovina del 1889, la Cappella, chiusa abitualmente al pubblico, si apriva solo due volte all’anno: nella ricorrenza dell’Assunta, il 15 agosto, certo in ricordo della prima messa celebrata il 15 agosto 1608, ed in quella dei morti, il 2 novembre.

…è ancora vivo il ricordo doloroso della catastrofe accaduta nella notte dal 22 al 23 settembre del 1889.

Era quasi mezzanotte quando furono avvertiti strani rumori nei sotterranei del Palazzo Sansevero. Si sentivano dei tonfi, come se pezzi di fabbrica fossero caduti nell’acqua. I pompieri stabilirono che la conduttura del Serino, che passava sotto il Palazzo, aveva indebolito le fondamenta e che il pericolo del crollo era grave. Si diede l’ordine di sgombrare il Palazzo e le sue adiacenze.

…correva di bocca in bocca la tenebrosa leggenda che si raccontava intorno a Raimondo di Sangro, alla Cappella ed al Palazzo, quando erano le sei del mattino, con un immenso fragore tutta l’ala sinistra dell’edificio dei Sansevero rovinò, trascinando con sé l’arco dell’orologio, lesionando la Cappella e danneggiandola specialmente nel lato sotto l’arco, quello della porta maggiore. Nell’interno della chiesa un pezzo di cornicione staccandosi per la scossa rovinò sulle due pile di acquasantiere fracassando le statue alate che erano sopra di esse: nel muro si aprirono diverse fenditure. Ma per fortuna restò intatto il monumento scolpito da Francesco Celebrano, che rappresenta Cecco di Sangro che con l’elmo in capo e la spada in pugno salta fuori dalla bara.

Il popolino vide in tutto quel precipizio qualche cosa di soprannaturale, e disse che la chiesa non era interamente rovinata per volere di Dio e forse anche del diavolo, un cui amico era sepolto là dentro ed effigiato nella scultura di Cecco.

Il  Palazzo doveva inevitabilmente cadere in rovina, perché era maledetto, avendo nelle sue sale, tanti anni addietro, un Principe ucciso violentemente la moglie.

Dopo questo delitto il Palazzo e chi l’abitava erano stati maledetti fino alla settima generazione, e difatti alla settima generazione l’edificio era crollato e giustizia era fatta.

Questa credenza popolare si riferisce alla nota tragedia avvenuta nel Palazzo Sansevero la notte del 18 ottobre 1590.

Abitavano in uno dei suoi appartamenti don Gesualdo e la sua seconda moglie, Maria d’Avalos. Felici ed innamorati l’uno dell’altra quando in una festa da ballo Maria d’Avalos conobbe l’avvenente Fabrizio Carafa. L’amore li vinse ed i due amanti si vedevano frequentemente. Giulio Gesualdo sdegnato di non avere potuto anche lui ottenere l’amore di Maria, svelò al nipote Carlo gli amori suoi con Fabrizio Carafa.

…a mezzanotte don Carlo Gesualdo rientrò alla sua dimora, ed entrato violentemente con certi suoi armati nella camera della moglie, la sorprese con il suo amante. Senza indugi li trucidò entrambi: l’una con più pugnalate alla faccia, al petto e sulle braccia, l’altro con pugnalate ed archibugiate nelle varie parti del corpo.

Il caso pietoso rimase così vivo nella memoria del popolino di quei dintorni, che dopo tre secoli volle, nella rovina del Palazzo Sansevero, riconoscere una conseguenza fatale del delitto accadutovi.

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